Amisc dla Ladinia Unida

Scheda n. 1: profilo storico di Livinallongo e Colle S. Lucia PDF Print E-mail
07-09-2007

Gentili cittadini di Anpezo, Col e Fodom!

Per permettere una partecipazione consapevole e ben informata al referendum del 28 ottobre 2007, il Comitato Promotore ha curato la redazione di lettere informative, che riguarderanno via via i settori più importanti toccati da un eventuale passaggio alla regione Trentino-Alto Adige.

La presente lettera ha per argomento le ragioni e la legittimazione storica del referendum, in particolare il formarsi di una “Ladinia” in seno ad un Tirolo plurilingue, la nascita della nazione ladina, la cesura della Prima Guerra Mondiale, la tripartizione fascista, le Opzioni e la Seconda Guerra Mondiale, i tentativi di riunificazione dopo il 1945 e le prospettive europee di una Ladinia unita. Segue un testo più dettagliato sulla storia fodoma a cura del dott. Ivan Lezuo.

L’unione fa la forza

Un momento storico per i ladini

I Ladini delle valli dolomitiche vivono un momento storico. Per la prima volta nella loro storia hanno l’opportunità di trovare l’unità attraverso una decisione democratica. I referendum del 28 ottobre 2007 sono il primo passo di un percorso lungo e difficile, ma ricco di prospettive. 

Se l’unione dei comuni ladini dell’area alpina centrale riesce a realizzarsi sotto il tetto delle province autonome, si dischiude per loro un nuovo futuro. Si apre una nuova prospettiva: curare e coltivare le proprie particolarità e nonostante ciò mantenere vivo lo spirito unitario. Il comune tetto dell’autonomia rende possibile vivere l’unità contemporaneamente alla molteplicità. Con la congiunzione di questi contrasti si mantiene vivo il nostro continente e l’Europa cresce. Con la riunificazione dei Ladini si costruisce un piccolo pezzo d’Europa nel cuore delle Dolomiti e tutti noi ne saremo parte.

La formazione della Ladinia in un Tirolo plurilinguistico

I Ladini delle Dolomiti nel corso della storia, soprattutto negli ultimi due secoli, scoprirono che certamente qualcosa li distingueva, ma era assai di più ciò che li accomunava e univa: la lingua ladina, una storia movimentata ed una cultura strettamente affine. Inoltre li univa l’orgoglio di vivere in un uno dei più bei posti montani del mondo. Una natura montuosa che riservò loro una vita dura e piena di fatiche, che si dimostrò però sempre di più fonte di benessere e d’autocoscienza.

I Ladini delle Dolomiti ebbero la consapevolezza che si trovavano, e si trovano tuttora, in stretto contatto con due grandi forze dell’umanità: la natura e la cultura. Quest’unione tra i ladini era più forte degli elementi che li rendevano dissimili.

I Ladini tra Ortisei ed Ampezzo disponevano di comunanze politiche già dal medioevo e fino nel pieno dell’era moderna. Intorno all’anno 1000 il loro territorio era ancora sottomesso al dominio ecclesiastico: Gardena e Badia con Livinallongo e Fassa ai vescovi di Sabiona-Bressanone, Moena ai vescovi di Trento, Ampezzo ai patriarchi di Aquileia.

La sovranità ecclesiastica restò per i ladini un fattore determinante anche quando i Conti del Tirolo nel 1250 esautorarono i vescovi: Gardena fu sottomessa ai tirolesi, ma la curia di Bressanone mantenne l’alta signoria su Torre alla Gadera, Livinallongo e Fassa; la restante Val Badia restò sottomessa al monastero di Castelbadia in Pusteria fino al 1785. Ampezzo rimase con il Patriarcato di Aquileia fino al 1420, poi passò sotto il dominio di Venezia. Perdura fino ad oggi ininterrotto lo stretto contatto dei Ladini con la Chiesa. Testimonianze eloquenti in proposito sono i grandi pellegrinaggi ladini verso Sabiona e Pietralba.

Nel 1500 la Contea del Tirolo, che già comprendeva vaste parti del Tirolo austriaco odierno, del Sudtirolo e del Trentino, raggiunse quell’estensione che doveva conservare fino al 1918. L’imperatore Massimiliano, allora già principe del Tirolo, conquistò a sud la sovranità su Ala, Mori e Brentonico e a nord quella su Kufstein, Kitzbühel e Rattenberg. Nel 1511 Massimiliano tolse ai Veneziani anche il territorio di Ampezzo. Gli Ampezzani dovettero rendere omaggio all’imperatore, tuttavia, essendone stato richiesto, promise di rispettare la loro autonomia e le Regole. Ancora nel 1500 il ladino era molto più diffuso di oggi: grandi parti del Sudtirolo odierno e del Trentino parlavano ancora ladino, solo a partire dal 1600 l’uso della lingua si restrinse gradualmente fino ad arrivare all’attuale estensione.

Con l’annessione di Ampezzo tutte le valli ladine erano sottomesse direttamente o indirettamente (tramite il Principato di Bressanone) alla Contea del Tirolo. Dal 1803, con la secolarizzazione dei principati vescovili, il Tirolo formò un’area di dominio ben delimitata con capitale Innsbruck. Il Tirolo era un povero ma significativo territorio della monarchia asburgica, il baluardo tra nord e sud, una piattaforma nel cuore dell’Europa. Bressanone rimase la diocesi madre di gran parte dei Ladini. Nel 1789 anche Ampezzo passò con Bressanone, mentre nel 1818 Fassa e Gardena furono aggregate alla sede vescovile di Trento; Gardena vi restò fino al 1964 e Fassa lo è tuttora.

Si desta la coscienza ladina

L’Austria plurinazionale riconobbe e promosse fondamentalmente la cultura e la lingua dei suoi popoli. Nei singoli territori valeva la rispettiva lingua locale come lingua ufficiale e l’insegnamento nella lingua madre era un dato di fatto. Il ladino delle valli dolomitiche non fu tuttavia valorizzato come lingua propria e i ladini non furono riconosciuti dalla statistica asburgica come popolazione a se stante. Perciò nelle scuole fu insegnato l’italiano o il tedesco, il ladino servì però sempre come lingua ausiliaria.

Tuttavia tra i Ladini si sviluppò nel corso del 1800 un nuovo senso di aggregazione. Uomini lungimiranti come Micurà de Rü e Ujep Tone Vian riconobbero i ladini come comunità linguistica e piccola nazione. Esperienze vissute come le guerre del 1809, 1848, 1859, 1866 condotte assieme ai tirolesi tedeschi ed italiani promossero l’identità ladina all’interno di quell’appartenenza al Tirolo e agli Asburgo mai messa in discussione.

Fallirono anche i tentativi di tedeschizzare o italianizzare la Ladinia. Il sorgente nazionalismo italiano e tedesco tentò certamente di costringere i ladini a stare in uno dei campi nazionali. Che ciò non sia accaduto dà prova della forza d’animo e dell’indipendenza propria dei ladini.

La prima guerra mondiale

Nella prima guerra mondiale la Ladinia si trovò al centro del fronte dolomitico. Tra il 1915 ed il 1917 numerose case fodome e ampezzane furono distrutte dai bombardamenti. La comune, dolorosa esperienza della distruzione come anche il servizio militare negli Standschützen e nell’esercito regolare austriaco unì i ladini. Oltre 1000 caduti ladini, due volte tanto che nella seconda guerra mondiale, contraddistinsero la violenza omicida della guerra dolomitica.

Sotto l’Italia

Quando nel 1919 il Tirolo del Sud e il Trentino passarono all’Italia, i rappresentanti politici dei ladini si difesero assiduamente contro la separazione avendo poca fiducia nel nuovo governo. Con ragione: il regime fascista contemplò le valli dolomitiche come primo oggetto dell’italianizzazione, esse ottennero già nel 1921 l’insegnamento nella pura lingua italiana e furono suddivise tra il 1923/27 in tre province e due regioni. I Ladini erano considerati dai fascisti non come allogeni, ovvero stranieri come i sudtirolesi di lingua tedesca, ma come una variante interessante di italiani facile da assimilare.

L’opzione del 1939, alla quale anche i ladini furono obbligati, fu una reazione all’oppressione fascista. Le ragioni che mossero i Ladini ad optare per la Germania furono molteplici, ma solo in pochi casi di natura puramente ideologica.

Solo pochi Ladini abbandonarono la loro patria, poiché intuirono presto gli aspetti negativi dell’opzione e del nazionalsocialismo. Tuttavia l’opzione rimase anche per i Ladini la più difficile e pesante prova, una minaccia alla loro stessa esistenza come gruppo linguistico. Il referendum del 28 ottobre non sarà certo una seconda opzione: in democrazia possono essere spostati i confini, ma non gli uomini come invece accade nelle dittature.

Il secondo dopoguerra

Dopo il 1945 crebbe in ogni valle la speranza nell’unione di tutti i ladini dolomitici. Nel 1946 l’associazione “Zent Ladina Dolomites” manifestò in varie occasioni il suo desiderio di unione. La politica nazionale invece decise di perpetrare la separazione per indebolire ulteriormente il popolo ladino. Solamente nel 1951 in provincia di Bolzano furono finalmente riconosciuti come gruppo linguistico, benché nell’Accordo di Parigi del 1946, testo base delle autonomie di Bolzano e Trento, non fossero stati menzionati.

Nel Sudtirolo fu fatta valere la tutela della lingua madre e della cultura ladina, e, con il secondo statuto di Autonomia del 1972, anche i ladini residenti nella provincia di Trento godettero di sempre maggiore tutela. Ampezzo e Livinallongo, parte della provincia di Belluno, rimasero uniti agli altri ladini attraverso il legame ecclesiastico, facendo essi capo alla Diocesi di Bressanone fino al 1964 quando, subendo il distacco dalla neonata Diocesi di Bolzano-Bressanone, furono oggetto di un’ulteriore ingiustizia.

Nonostante ciò non mancarono i tentativi di costruire un legame amministrativo con gli altri Ladini: dal 1945 al 1948 Ampezzo e Livinallongo si impegnarono con tutti i mezzi a loro disposizione a ritornare con la provincia di Bolzano. Ancora nel 1964, 1973 e 1977 il consiglio comunale di Livinallongo deliberò, purtroppo senza successo, il ritorno con Bolzano. Fino ad oggi l’Union Generela è il principale punto di riferimento per le comuni richieste ladine. L’Autonomia promuove l’autocoscienza ladina, tant’è che i censimenti dal 1981 in poi dimostrano una costante crescita del gruppo ladino nella Regione Trentino-Alto Adige. Ampezzo, Livinallongo e Col invece sono i soli comuni dell’intero territorio ex-austriaco passato all’Italia nel 1919 a non beneficiare dell’Autonomia, concessa invece all’Alto Adige, Trento e Trieste.

Prospettive europee per una Ladinia unita

Oggi in tutta Europa è fortemente cresciuta la comprensione per le richieste e per il diritto d’esistenza dei piccoli gruppi etnici. La riunificazione di tutti i Ladini delle Dolomiti e delle loro particolari richieste rispecchierebbe questo spirito europeo. La decisione di Ampezzo e Livinallongo di passare alla regione del Trentino-Alto Adige sarebbe un primo passo che apre la via a nuovi sviluppi. Non mancheranno certo difficoltà e resistenze politiche come neanche alcune diffidenze da parte di alcuni ladini stessi. L’adeguamento alle autonomie di Bolzano e Trento in ogni caso sarà graduale. I vantaggi a lungo termine sarebbero invece eccezionali: una nuova identità ladina di grande vitalità, un salto di qualità nella tutela e nello sviluppo della lingua e cultura ladina, senza dimenticare le opportunità di crescita economica. E forse un nuovo rispetto per la natura e l’ambiente.

Il traguardo dell’unione sarebbe una Ladinia senza limitatezze di vedute, libera da separatismi politici. Una piccola nazione europea nel cuore delle Alpi rivivrebbe nuovamente sotto i colori blu-bianco-verde, i colori del cielo, delle montagne e della natura.

Comitato “Amisc dla Ladinia unida”

Profilo storico di Livinallongo e Colle S. Lucia 

di Dott. Ivan Lezuo

La prima guerra mondiale – una cesura con il passato

Ciò che ha condizionato la sorte dei ladini dolomitici (valli di Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo/Fodom, Colle Santa Lucia/Col e Ampezzo/Anpezo) è stata la prima guerra mondiale, considerata tuttora una cesura con il passato: essa portò infatti all’annessione al Regno d’Italia dopo il trattato di pace del 1919 e alla fine dei rapporti consuetudinari con il mondo tirolese-austriaco delle valli ladine che con l’Italia sentivano di avere ben pochi legami.

Gli avvenimenti e le tristi vicende della prima guerra mondiale sono radicati soprattutto nella coscienza collettiva della popolazione fodoma. Tuttavia l’evento bellico corrisponde soltanto ad un breve periodo, benché incisivo, della storia locale. La storia di Fodom e Col ha radici ben più profonde.

Evoluzione storico – politica di Fodom e Col dal Medioevo al secolo XX

Dall’anno 1000 ca. al 1803 signore territoriale dei due comuni fu il principe vescovo di Bressanone. Centro amministrativo e giuridico fu il castello di Andraz, venduto alla curia vescovile da Hartwige de Puochenstein intorno al 1200. Il nome stesso di Buchenstein che, come Giudizio, comprendeva entrambi i comuni, nacque probabilmente in quel periodo: nei documenti risultano i nomi Pouchberg, Puchperc, Wersil per la sola zona di Col, e più tardi Puechenstein e Livinal o Livinalilongo. Inizialmente il castello venne dato in feudo a famiglie nobili della val d’Isarco e Pusteria (Schöneck, Stuck, Villanders) o dell’Agordino (Avoscan). Dal 1426 l’amministrazione fu affidata ai capitani, personaggi più affidabili.

Nella seconda metà del ‘400 soggiornò nel castello di Andraz il filosofo e vescovo di Bressanone Nicolò Cusano. Risale invece al 1541 il primo statuto di Fodom e Col, redatto originariamente in lingua tedesca.

Dal 1603 al 1788 unitamente alle valli di Fassa e Marebbe, Fodom e Col formavano il decanato „cis et ultra montes“. A partire dal 1824 i due comuni costituirono un proprio decanato, del quale fecero parte la curazia di Colfosco e l’espositura di Corvara.

L’era napoleonica ricorda le gesta di Caterina Lanz, l’eroina ladina di Spinga e la rivolta di Andreas Hofer, alla quale parteciparono numerosi fodomi.

Con la secolarizzazione dei principati vescovili nel 1803 i due comuni vennero a far parte del Tirolo, con il quale il principato vescovile era già stato confederato soprattutto in ambito fiscale e della difesa territoriale. Dopo un breve intermezzo sotto il regno d’Italia napoleonico i comuni di Fodom e Col furono riuniti al Tirolo e all’Austria.

Nel 1817 Fodom e Col divennero Giudizio di terza classe (Landgericht Buchenstein) facenti capo al Circolo di Brunico, dal 1868 fino allo scoppio della prima guerra mondiale insieme a Cortina d’Ampezzo i due comuni formavano l’unico Capitanato (Bezirkshauptmannschaft) interamente ladino. Alle guerre del risorgimento italiano fodomi e collesi parteciparono in difesa della loro patria, il Tirolo e l’Austria.

Poi, nel 1914, lo scoppio della prima guerra mondiale, che vide fodomi e collesi schierati nell’esercito austriaco come Kaiserjäger e Landesschützen.

L’unità perduta

A guerra conclusa ci fu l’annessione al Regno d’Italia che segnò la fine di una secolare unità, quella tirolese di cui i ladini furono parte integrante.

L’annessione all’Italia significò per i ladini del Sella il contatto con una realtà politica, culturale ed economica del tutto diversa da quella vissuta sino ad allora, e quindi essi cercarono per molti decenni di ripristinare con il vicino mondo tedesco-tirolese questo secolare contatto che era molto sentito. Infatti, fino alla prima guerra, l’economia era per lo più proiettata verso il mondo di lingua tedesca; l’amministrazione era tirolese, il sistema legislativo e scolastico era quello austriaco – tuttavia a Fodom e Col lingua di insegnamento fu l’italiano – ed ai comuni veniva garantita un’ampia autonomia.

Nell’immediato dopoguerra i ladini con numerose petizioni rivendicarono il riconoscimento quale gruppo etnico distinto e cercarono di mantenere l’unione fra le cinque valli per difendere la propria lingua e la propria cultura. Contemporaneamente volevano mantenere il legame storico con il mondo tirolese di lingua tedesca. La realtà storica, socio-culturale, linguistica di queste comunità ladine fu però del tutto ignorata dal nuovo stato italiano, come dimostra, a dispetto della loro richiesta di unità, la divisione dei ladini in tre province ad iniziare dal 1923, quando i comuni di Fodom, Col e Anpezo furono inseriti in provincia di Belluno, provocando la frammentazione che dura tuttora.

I ladini non conobbero un’Italia democratica, ma si trovarono da subito sotto il fascismo. La nostalgia del mondo austro-tedesco, nata dall’impatto con la realtà italiana, ancora ben viva dopo 20 anni dall’annessione al nuovo stato, insieme a motivi economici, spiega in gran parte il risultato delle opzioni del 1939 per il Reich di Hitler a Fodom e Col: il 34% dei capifamiglia nel primo comune e il 18% nel secondo scelsero di emigrare in Germania.

La scelta per il Reich, rimproverata nel dopoguerra, a torto, come nazista, fu in realtà un dramma causato da molti motivi spesso non di tipo ideologico.

L’unità negata

Nel 1945-48 non si tennero in alcun conto le aspettative dei tre comuni di Fodom, Col e Anpezo di essere uniti amministrativamente alla regione Trentino-Alto Adige/Südtirol insieme alle altre valli del Sella. Con l’approvazione dello statuto di autonomia dell’Alto Adige/Südtirol del gennaio 1948 la speranza di unione delle valli ladine in provincia di Bolzano fu rigettata. Soprattutto a Fodom nel secondo dopoguerra si continuò a vedere nel passaggio alla provincia di Bolzano l’unica possibilità per usufruire di un’amministrazione autonoma, a loro negata, e delle misure di salvaguardia della ladinità adottate per Badia e Gardena: nel 1964, nel 1973 e nel 1977 l’amministrazione comunale chiese con propria delibera l’annessione a Bolzano.

Il passaggio sotto la diocesi di Belluno nel 1964 segnò la fine della millenaria appartenenza alla diocesi di Bressanone e recise l’ultimo legame con le altre valli ladine.

È molto importante ricordare tutto questo, ricordare la storia dei ladini di queste valli, che si differenzia da quella del Comelico, dell’Agordino e del Cadore, storia veneta e italiana.
 

La letteratura sulla storia ladina è molto copiosa. Ricordiamo perciò soltanto alcuni libri tra i più significativi:

Richebuono, Bepe (1993): Storia d’Ampezzo: studi e documenti dalle origini al 1985. Treviso:

Palla, Luciana (1986): I Ladini fra Tedeschi e Italiani : Livinallongo del Col di Lana ; una comunità sociale (1918-1948). Padova.

Richebuono, Bepe (1992): Breve storia dei Ladini dolomitici. Bolzano.

 
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