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Scheda n. 2: la ladinità di Anpezo, Fodom e Col PDF Print E-mail
09-10-2007

Scheda nr. 2 Gentili cittadini di Anpezo, Col e Fodom!

 Per permettere una partecipazione consapevole e ben informata al referendum del 28 ottobre 2007, il Comitato Promotore ha curato la redazione di lettere informative, che riguarderanno via via i settori più importanti toccati da un eventuale passaggio alla regione Trentino-Alto Adige.La presente lettera ha per argomento la ladinità di Anpezo, Fodom e Col. In particolare si tratterà dei tratti linguistici che questi idiomi hanno in comune e che li distinguono dalle parlate confinanti a sud e di problemi classificatori del ladino. Si descriverà inoltre come la coscienza ladina sia nata proprio nelle vallate ladine storiche di Badia, Gardena, Fassa, Fodom e Ampezzo. La scheda è stata redatta dal dott. Lois Craffonara, linguista e direttore in pensione dell’Istituto Culturale Ladino “Micurà de Rü” di San Martino in Badia.  

 

Gli idiomi di Livinallongo, Colle Santa Lucia e Ampezzo sono ladini?  

“Che domanda! Lo sanno tutti che si tratta di ladino!”, diranno in molti, ma c’è anche chi la pensa diversamente o ne dubita. Come si può rispondere a questo interrogativo? 

Questioni classificatorie

Alcuni mesi fa ho letto le seguenti parole. “Dal punto di vista linguistico è difficile individuare criteri certi che permettano di isolare il ladino dagli altri dialetti del nord Italia, poiché elementi che si rassomigliano sono riscontrabili in molti luoghi.” In effetti, considerato singolarmente e avulso dal contesto, ogni singolo tratto linguistico ha lo stesso valore sia qui da noi che altrove, nella pianura veneta per esempio. Permettetemi di spiegare la riflessione impiegando la metafora del tessuto realizzato da un artigiano utilizzando fili di più colori: finché si osservano i singoli fili non si riesce ad immaginare che stoffa uscirà dal telaio, ma quando i fili appaiono intrecciati fra loro nella combinazione realizzata dal tessitore allora è possibile differenziare un tessuto da un altro. Altrettanto accade in linguistica: analizzando solo i singoli tratti linguistici non si va lontano, ma la situazione cambia se si considerano gli elementi delle nostre varianti nel loro intrecciarsi, o, per dirlo con Graziadio Isaia Ascoli (1873) nella loro “particolar combinazione” – ed è così che il grande linguista goriziano ha potuto “ricomporre, nello spazio e nel tempo, una delle grandi unità del mondo romanzo [dai Grigioni fino al Friuli], accennando insieme come questa si contessa con altre grandi unità romane che le sono attigue.” (Nel breve spazio concesso per questo articolo mi è possibile presentare solo alcuni elementi accennando appena al loro intreccio.)L’analisi secondo criteri singoli, isolati, viene applicata innanzitutto da chi non vuol concedere ai Ladini la coscienza di una propria individualità linguistica, per esempio da Carlo Battisti († 1977) e dalla sua scuola. Sulle fasce d’incontro o di concatenazione di due strutture linguistiche differenti la situazione non è invece così lineare. Vogliamo provare a illustrarla con un altro confronto, anche se ci rendiamo conto che, come ogni paragone, anche questo presenta dei limiti. Immaginiamo di sorvolare con un elicottero un vasto bosco di larici a nord e di abeti a sud. Il lariceto a nord rappresenta i ladini e l’abetaia a sud gli ex-ladini o i non-ladini di matrice bellunese o trevisana. Osservando dall’alto abbiamo l’impressione di due boschi delimitati nei loro settori in maniera netta, ma via via che l’elicottero si abbassa ci accorgiamo che qualche abete è cresciuto tra i larici, in zone specifiche, e che più di un larice svetta nell’abetaia contigua. Siamo quindi di fronte a fasce di transizione, talvolta strette e talvolta ampie, più o meno variegate che non ci permettono sempre di capire se il luogo dove ci troviamo fa parte della zona a nord o di quella a sud. Così ritorniamo nuovamente alle nostre strutture linguistiche: generalmente in questo caso la decisione non viene presa dal linguista, ma dalla popolazione stessa che giudica utilizzando, oltre alla lingua, anche altri parametri. 

Livinallongo e Colle Santa Lucia

Iniziamo con Livinallongo e Colle Santa Lucia. Che l’idioma di Livinallongo sia ladino, che si affianchi cioè linguisticamente alle altre vallate del Sella, lo sapevamo già da molto prima che i linguisti “professionisti” cominciassero ad occuparsene (Graziadio Isaia Ascoli/1873, Jan Batista Alton/1879, Theodor Gartner/1883, ecc.). Citiamo solo a mo’ di esempio l’avvocato trentino Simone Pietro Bartolomei che sosteneva la ladinità di Fodom già verso il 1760, mentre intorno al 1800 ciò veniva confermato dal padre benedettino grigionese Placi a Spescha; nel 1826 dal geografo veneziano Adriano Balbi; nel 1833 dal sacerdote badioto Micurà de Rü e nel 1864 dal fassano Giuseppe Antonio Vian, curato a Ortisei. E questo nonostante Livinallongo avesse perduto già da tempo una delle caratteristiche ladine più importanti, cioè la -s del plurale e della 2a persona del verbo. In un documento del 1632, formulato nella variante ladina fodoma, firmato dal principe vescovo Wilhelm von Welsperg e indirizzato ai propri sudditi nelle signorie di Livinallongo, Fassa e San Martino in Badia, riscontriamo ancora il plurale sigmatico in tutti i casi: (grafia odierna) les persones, a les vostes ordenades giustizies, facultés, ... ma la -s si è gradualmente indebolita per scomparire durante il 1700, così come si può evincere dalla composizione del cappellano Cipriano Pescosta che nel 1843, in occasione della benedizione dell’organo della chiesa di La Plié / Pieve di Livinallongo scriveva, meravigliandosi della potenza del bello strumento: 

Chël òrghenn ce remou!
Percì l à cane grane 
E lerge de doi spane 
Come l ró de cagadou!

(remou = rumour (rumore); † = oggi canal (canna), cf. bad./mar. < dall’a.ted. rôr; † cagadou = oggi sela (gabinetto), cf. bad./mar. cagadù < ven. cagadoi/-dor.) 

Quindi nel 1843 non si diceva più canes granes e lerges de doi spanes! Su questa caratteristica l’influsso da sud è stato dominante. Lo stesso è successo peraltro anche a Colle Santa Lucia, nella bassa Val di Fassa e a Moena, ma non nell’ampezzano. Un altro cambiamento di una certa portata è subentrato nel corso del 1800 ed ha visto i vecchi dittonghi discendenti livinallesi ìe ed ùo passare a y secondo la tipologia italiana. È interessante notare che i tre informatori dell’Ascoli (1873) conoscevano già l’innovazione (muór invece di mùor, cuór invece di cùor, nuóf invece di nùof, uóf invece di ùof, diésc invece di dìesc, ma – unica eccezione riportata – la sìe, i significati italiani sono nell’ordine: muore, cuore, nuovo, uovo, dieci e siepe); gli informatori del Gartner (1883) invece impiegano la forma tradizionale (fùoch e non fuóch, sìech e non siéch, dìesc e non diésc, ecc.). Quanto a lungo un tale fenomeno si può diluire nel tempo lo vediamo dal fatto che circa un quarto di secolo fa è apparso sulla stampa un articolo di una persona di Livinallongo che si lamentava “dell’accento sbagliato” con cui qualcuno pronunciava certi dittonghi, senza rendersi conto che invece si trattava della vecchia pronuncia nell’idioma della vallata.E ancora nel 1992 – più di un secolo dopo le inchieste di Ascoli e Gartner – Celestino Vallazza , nel suo libro su La Court / Corte scriveva che ci sono persone che pronunciano Plán de Vìe, Jou de l’Omblìe, Glìejia, e altri che accentano Plán de Vié, Jou de l’Omblié, Gl[i]éjia. A Colle Santa Lucia invece sembra che questo processo fosse concluso già nella seconda metà del 1800.Nell’area livinallese (e a Colle) si è persa inoltre anche l’opposizione tra vocali lunghe e vocali corte, come peraltro anche in Val Gardena e in Val di Fassa (lasciando un residuo nella ā lunga che è passata in seguito a ē: *ćiantâr > ciantè(r) ). Nell’area del Sella l’antica opposizione si è mantenuta solo in Val Badia (e Marebbe): (al l’à) lita ‘letta’ // (na gran) lîta ‘scelta’, (al) ciola ‘lega’ // (la) ciôla ‘cipolla’, ecc.A Colle Santa Lucia – ma non a Livinallongo – è intervenuta un’ulteriore trasformazione di una caratteristica ladina importante: quella di pl / bl, fl e cl / gl in pi / bi, fi, chi / ghi > c(i) / g(i): plen > pien, blanch > biench, flama > fiama, claf > cef, gliejia > gejia.Nel vocabolario livinallese e collese sono poi intervenuti piccoli spostamenti come abbiamo appena avuto modi di vedere leggendo la poesia del Pescosta. Inoltre ci sembra che ci sia stato un indebolimento della forza di assimilazione di parole straniere da parte del fodom: oggigiorno vengono impiegate sempre di più parole prese dal sud con -o oppure -e finali (maestro, modo, momento, fruto, fusto, coscrito, domestico, sourastánte [assimilato solo nella prima parte] / sourastánt, brigánte / brigánt, ecc.), fatto che non succedeva – perlomeno questa è la nostra impressione – nel 1632: cfr. (grafia moderna) “in chëst evidentiscim e estrem bujen”, dove oggigiorno avremmo di sicuro due forme con -o. Con tutto questo, nonostante oggi come oggi il ladino dell’intera area livinallese sia leggermente sfuocato, nessuno oserebbe contestarne la ladinità. 

Ampezzo

E com’è con l’ampezzano? Cosa dicono alcuni personaggi del 1800? Per il sacerdote di San Cassiano Micurà de Rü, uno dei primi vicini d’Ampezzo, l’ampezzano era sicuramente ladino (1833). Sembrava non essere dello stesso avviso il sacerdote marebbano Antone Trebo (1835), peraltro non convinto neanche del fassano. Dall’altra parte ci sono il geografo berlinese Heinrich Kiepert (1848), che indica come ladini la Val Badia, la Val Gardena, Livinallongo e Ampezzo, ma non la Val di Fassa, e Carl Freiherr von Czoernig che non vuol riconoscere la ladinità di Fassa e di Ampezzo (1856).Verso il 1870 entrano in scena i linguisti: Ascoli pone l’ampezzano – assieme al comeliano e all’oltrechiusano – nella CSezione centrale della zona ladina”, il "Cadore centrale" invece nel capitolo “Ladino e Veneto” – assieme alla Val Fiorentina (Selva di Cadore), all’Agordino centrale e meridionale e alla Val Zoldana (“territori, in cui il ladino ed il veneto ancora si vedono come alle prese fra di loro”).Anche Theodor Gartner sembra essere più o meno della stessa opinione, tranne quando attribuisce – rispetto ad Ascoli – minore importanza all’oltrechiusano e dà più rilievo all’auronzano.Con una posizione particolare è poi intervenuto il linguista Carlo Battisti, segnatamente nel 1946 con il suo scritto Cortina d’Ampezzo e i Ladini delle Dolomiti. Lettera aperta agli amici di Cortina e l’anno successivo con il saggio Gli Ampezzani sono Cadorini. Seconda lettera aperta al Comitato esecutivo della “Zent ladina Dolomites”. A giudizio di Carlo Battisti non esiste alcuna “unità ladina” tra Grigioni, Dolomiti e Friuli, ma ciascuna di queste tre aree viene vista linguisticamente collegata al sud. Di conseguenza, secondo il linguista trentino, neanche Ampezzo può essere più di tanto intrecciata con l’ovest (valli del Sella) o con l’est (Friuli), ma invece con il Cadore e il Cadore con il Veneto. Con questa posizione Carlo Battisti ha avviato una polemica che ci si sarebbe veramente potuto risparmiare. La risposta ampezzana non ha tardato ad arrivare, cfr. Gli Ampezzani sono Ladini. Risposta alla seconda lettera aperta del prof. Carlo Battisti al Comitato esecutivo della “Zent ladina Dolomites”. Il bello è che entrambe le parti avevano una parte di ragione e una di torto: avevano ragione sia gli ampezzani nel sostenere che il loro idioma era di matrice ladina, sia Carlo Battisti quando proclamava che era di formazione cadorina, ma i primi si sbagliavano prendendo in esame solo il ladino presente nelle vallate del Sella, in Ampezzo e nel Comelico, e l’altro nel contestare il legame tra le valli del Sella, il Cadore e il Friuli. 

La posizione e il compito del linguista

Ora, prima di continuare, vorrei anche chiarire che non è l’analisi del linguista che giustifica i sentimenti di una comunità nei confronti del proprio linguaggio; questi si giustificano da sé, da soli. Nella vita pratica quotidiana è il rapporto della comunità con la sua lingua che vale, cioè il fattore sociolinguistico. È la coscienza linguistica che determina la posizione della lingua. Tale coscienza, assieme a molti altri fattori, come per esempio la storia, possono condurre alla creazione di un sentimento d’identità particolare. Riporto dalla brochure appena citata Gli Ampezzani sono Ladini del 1947 il seguente passo (ripreso allora dal Giornale del Cadore): “Per temperamento Ampezzo non è affine ai paesi del Cadore: Ha orizzonti suoi, possibilità sue, ricchezze sue, anche un’anima – sua -… Dove è chiara la lettera, non fare oscura glossa. Cortina non è Cadore.” Da allora ad oggi ci sarà anche stato qualche cambiamento, ma di certo non in tutto. 

La posizione dell’ampezzano nella Ladinia

E ora ancora qualche parola sulla posizione dell’ampezzano nella Ladinia, ma per far questo dobbiamo lasciar da parte l’aspetto sociolinguistico ed escludere ogni implicazione politica. Lo spazio che mi è concesso (e del quale ho già abusato) non mi consente di scendere nei dettagli.In Ampezzo riscontriamo la palatalizzazione di ca e ga latini e la -s finale come nelle vallate del Sella e in Friuli (per es. Ciasa de ra Regoles), la velarizzazione verso u della l latina davanti a consonante (per es. lat. altus > livin. gard., fass. aut, ampez. òuto; in Val Badia questo au si è ritrasformato già in passato in al (alt) come del resto in Friuli). Alla l postconsonantica passata ad i nell’ampezzano (plan > pian, flama > fiama) provocando la palatalizzazione di c e g (clocia > ciocia, glera > jera) le vallate ladine sono già abituate per via del comportamento del collese e del fassano.La a ampezzana si alza verso e solo se è accompagnata da un suono palatale (céi < *ciagn [l’antico pl. de ćian], gréi < *gragn, era < *aira ‘aia’), pressappoco come a Colle Santa Lucia. La condizione per questo cambiamento non è rappresentata in questo caso da una ā lunga, come nelle vallate del Sella e in alcune località friulane.Ciò che pare straniero all’orecchio dei ladini sellani sono la -o e la -e finali che si incontrano spesso nel maschile (tranne che dopo -s ,-sc, -r, -l, -n e -gn: bas, musc, ciar, bel, pan, bagn): jato (‘gatto’), outro (‘altro’), cioudo (‘caldo’), firo (‘filo’), śente (‘gente’), varente (‘valente’). In questo caso siamo di fronte ad una sovrapposizione veneta che non era presente in passato, quantomeno fin verso la fine dell’età medievale. Questo è dimostrato in un testo di San Vito, località a una decina di chilometri da Ampezzo in direzione sud-est. Si tratta di un documento risalente agli anni 1357-58 della Confraternita dei Flagellanti con una strofa di dieci ottonari in onore di San Giorgio.       

Missier san Çorç e dalnorar
Cavaler (…) de gran afar
Misser san Çorç pro e valent
Clama Christo onipotent
 El fo amad da duta çent
E le ben degno dalnorar
El fo de gran santad
Homo de molta humilita[d]
Deva del so en carita[d]
A chj no sen pedìa aydar

Vediamo che la -e e la -o in fine parola non sono affatto frequenti: cfr. missier; Çorç; dalnorar = da unorar [scritto unito e con un ipercorrettismo latinizzante di au in al in posizione preconsonantica]; cavaler; afar; pro < *prod; valent; onipotent; amad; çent; aydar [= aiutare], ecc.) tranne che nel nome di Christo e nelle parole degno e homo, termini tipici della Chiesa. Se il paese di San Vito non prevedeva allora -o ed -e finali al maschile singolare, ciò è ancora più improbabile per Ampezzo, che si trova più a nord. L’innovazione sarà subentrata sicuramente non prima del 1420, anno in cui Ampezzo è stato annesso con tutto il Cadore (e il Friuli) alla Repubblica di Venezia. Un tempo il finale di parola del ladino dell’Alto Piave (per schivare l’espressione “cadorino” che per molti ampezzani ha una connotazione negativa) era regolato come nelle valli del Sella e del Friuli. Partendo da questa base, in interazione con il consonantismo e l’accentazione della parola, hanno dovuto svilupparsi l’opposizione tra vocali lunghe e vocali corte (mantenutasi oggigiorno solo in Val Badia e in gran parte del Friuli) e, parallelamente, dittonghi discendenti e dittonghi ascendenti. Questo, con gli elementi già ricordati in precedenza è – in breve – il diasistema che collega attraverso il Cadore le vallate sellane con il Friuli. 

La quantità vocalica e i dittonghi

Il lettore dirà: d’accordo con la vocale finale, ma cosa ne è delle vocali lunghe e delle corte e con i dittonghi discendenti che ricorrono appena?La quantità vocalica: è bene precisare che se oggigiorno s’incontrano sporadicamente quantità vocaliche ciò non significa per forza che queste debbano far parte del nostro sistema. Le quantità vocaliche possono sparire così come possono apparire improvvisamente, ma forse per tutt’altra ragione e per questo non si può fare un unico fascio prima di averne esaminato la storia e la posizione nel sistema.Senonché il nostro vecchio sistema ha lasciato tracce chiare nel Comelico, cioè in una zona del nostro territorio dell’alto Piave: si confrontino la vocale lunga dūdi (marebbano jǖs ‘andati’), malādi (mar. amarês ‘ammalati’) in opposizione alla vocale corta in dùdi (< *dùdis; mar. jüdes ‘andate’), malàdi (< *malàdis; mar. amarades ‘ammalate’). Un tempo questa soluzione doveva (per più ragioni che non è possibile spiegare in questo contesto) valere in tutta la nostra zona, anche nell’ampezzano.E così si potrebbe anche spiegare come si è passati da dittonghi discendenti a dittonghi ascendenti (p.ej. *ajéit > *ajìet > * ajìedo > *ajiédo > ajédo ‘aceto’) basandosi su alcuni relitti di un vecchio dittongo tutt’ora riscontrabile nel Comelico e anche altrove – per es. nei ‘neve’ (amp. gnée < *niéve < *nìef < *nèif), seidi ‘sete’ (amp. siéde < *sìet < *sèit), avéi, voléi (amp. aé, voré), o a Padola e a San Vito dùa (< *dùal ‘duole’) – e prendendo in considerazione fenomeni paralleli che hanno interessato il vocalismo nel Friuli occidentale, che confina con il territorio dell’alto Piave, per esempio a Forni Avoltri, Colina, Givigliana: nìof < *nèif (‘neve’), cùot < *còut (‘cote’) ecc.E’ chiaro che Ampezzo si differenzia – principalmente a causa della sua particolare storia che l’ha vista per 400 anni sotto l’Austria – anche in diversi punti dalle varianti contigue cadorine. Così Ampezzo mantiene la sibilante palatale sorda sc(i) [š] quando il resto della zona presenta già la s dei territori meridionali: sciàndora (‘scandola’) // comel. sandla, sàndola; scina (‘rotaia’) // cador. sina, ecc.Ampezzo non conosce i suoni interdentali th [] y dh [], ma ha z [ts] e ś [z]: zarnéo (‘scriminatura dei capelli’) // thernéio; śarman (‘cugino’) // dharman (accanto a darman).Gli ampezzani hanno sostituito il loro antico g(i) cun j [ž], ma San Vito ha conservato g(i) o è passata a i, proprio come la Val Badia: amp. jal (‘gallo’) // S.V.gial, ial.E così si potrebbe proseguire, ma qui voglio ricordare solo una trasformazione fonetica che Ampezzo ha ripreso da una vallata sellana, il rotacismo della l: ra paràncora (‘la palanca’) // cad. la palancola; terèi (‘telaio’) // telài, telèr, comel. tler. Questa innovazione è nata intorno al 1300 in Val Badia e ha raggiunto Ampezzo durante il 1400 senza diffondersi oltre.In quest’occasione, senza voler peraltro enumerarle, vogliamo ricordare che l’ampezzano presenta anche diverse specificità lessicali, come per esempio i prestiti dal tedesco non altrettanto frequenti nel al resto del Cadore. Dobbiamo peraltro ricordare che il lessico è la parte più instabile di una lingua, così come vediamo nei seguenti esempi: nel suo vocabolario del 1929 Angelo Majoni riporta riédo (dal lat. (he)redem) per ‘bambino’, parola che si ritrova anche altrove nel Cadore, ma al giorno d’oggi gli ampezzani conoscono solo la parola pizo ‘piccolo’; per ‘sempre’ si impiega sia in Ampezzo che nel Cadore senpre, ma non più di 150 anni sëmper era familiare anche in Val Badia senza contare che in Val di Fassa la parola è utilizzata tuttora. Ampezzo con il Cadore, Livinallongo e perfino l’Agordino impiegavano in passato l’aggettivo *cuocen (cf. mar. checio, bad. cöce, gard. cuecen, fass. chécen), come ci testimonia la toponomastica, ma nel frattempo hanno adottato il tipo <rós>, ecc.Dobbiamo insomma dire che tutte queste caratteristiche hanno solo carattere superficiale e non attecchiscono profondamente nel sistema in modo che si possa staccare l’ampezzano dal ladino dell’alto Piave e innestarlo sul ladino sellano. Il Cadore centrale inoltre si presenta linguisticamente così com’è oggigiorno – già l’Ascoli ha avuto difficoltà ad inquadrarlo esattamente – ma ci sono stati tempi in cui era altrettanto ladino dell’ampezzano e del comeliano, o del sellano o del friulano, oppure ancora del grigionese. Questo da un punto di vista linguistico diacronico.L’ampezzano è quindi ladino (anche se non con tutto lo smalto) ed è poco importante se di tipo sellano o dell’alto Piave. Si tratta pur sempre di ladino indipendentemente dal fatto che si tratti di ladino dell’alto Piave o sellano o friulano o grigionese, così come sono sempre tedesco le parlate di Innsbruck, di Brunico, di Vienna o di Monaco.Ma se linguisticamente gli ampezzani appartengono piuttosto al gruppo dell’alto Piave, nella mentalità sono, per la maggior parte, molto più vicini ai ladini del Sella che ai vicini finitimi del Cadore per aver condiviso con i primi oltre quattro secoli di storia. E con questo siamo giunti alla coscienza linguistica ed etnica.

 La coscienza linguistica ed etnica

Durante il mese di ottobre del 1918, quando si immaginava che l’unità del Tirolo sarebbe stata presto disintegrata, la coscienza linguistica ed etnica risuonava così in un appello dei Comuni ladini delle vallate del Sella, Val Badia con Marebbe, Gardena, Livinallongo e Fassa:  “Noi (prima è usata la dizione “Ladini delle Dolomiti”) non siamo né italiani, non abbiamo mai voluto essere considerati come tali e non lo vogliamo essere neanche per il futuro! Siamo un popolo autonomo che prende in mano le redini del proprio destino. (…) Al pari degli altri popoli dell’Austria chiediamo anche noi, che siamo il popolo più antico del Tirolo, il diritto all’autodeterminazione.” E chiudono il loro appello ai tirolesi di lingua tedesca con le parole: “Noi siamo tirolesi e tirolesi vogliamo rimanere”.Questa coscienza ladina si è sviluppata di certo in maniera graduale, come la coscienza di ogni altra popolazione, ma non è affatto vero che essa sia il frutto di studi glottologici della seconda metà del 1800 come il linguista Gian Battista Pellegrini (†2007) afferma quando scrive che “è veramente singolare il caso che la coscienza di tale nazionalità è unicamente la conseguenza di ricerche glottologiche attuate nella seconda metà del secolo passato e dovute soprattutto al nostro Ascoli”. Altrettanto si capisce come un attivista ladino della Val Badia fosse influenzato da tali scritti quando nel 1978 pubblicava il passo seguente in un articolo (Ladinische Rundfunksendungen in Südtirol): “La coscienza ladina è veramente molto recente, tenendo conto che che fino a 100 anni fa la lingua ladina era considerata un dialetto italiano [sic] e sotto l’Austria i ladini non venivano nemmeno riconosciuti come gruppo linguistico autonomo [sic]. È stato solo con l’intervento dei linguisti che ai ladini e alla loro lingua è stata riconosciuta l’importanza che meritava”. Erra completamente anche il linguista tedesco Johannes Kramer quando afferma (1981) che il giornale L’Amik di Ladins (in realtà scarno e pubblicato solo tre volte nel 1905!) abbia acceso in Val Badia una coscienza nazionale (perchè solo in questa vallata quando esso si rivolgeva anche alle altre?). In realtà riconosciamo almeno 100 anni prima una coscienza linguistica nelle valli del Sella. Non so dire con esattezza come fosse all’epoca la situazione in Ampezzo. Analizziamo un po’ la situazione con brevi accenni. 

Testimonianze storiche di coscienza etnica ladina

Il sacerdote fassano Jan Batista Julian (1766-1844), canonico del duomo di Bressanone e segretario del vescovo, s’informa – con ogni probabilità già prima del 1808 – presso il curato di Sillian Ignaz Matthias Paprian (†1812), famoso per la sua cultura, da quali popolazioni provengano gli abitanti delle “Krautwälschen Thäler” e da dove quella gente abbia derivato “il miscuglio impressionante della sua lingua”. I “Krautwälschen Thäler” corrispondono per il canonico fassano a “Fassa, Livinallongo ecc.” Con “ecc.” intendeva di certo la Val Badia e la Val Gardena; se pensa anche ad Ampezzo non mi è dato sapere. Ma di fatto riconosce in queste vallate lo stesso tipo di linguaggio particolare.Tralasciamo altre testimonianze che risalgono al tempo napoleonico e saltiamo direttamente al 1833, quando il sacerdote badiotto Micurà de Rü (1789-1847) differenzia nella sua grammatica (Versuch einer Deutsch-Ladinischen Sprachlehre) tra “lingua italiana” da un lato e “lingua ladina” con i suoi dialetti dall’altro: il marebbano, il badiotto, il gardenese e il dialetto di “Suramunt” che è parlato in Val di Fassa, a Livinallongo e in Ampezzo. Con la sua grammatica tentava di creare una lingua di scrittura unitaria per tutte le vallate, anche per Ampezzo che in quest’occasione – stando alle mie conoscenze – viene nominato per la prima volta per il suo favellare assieme alle varianti sellane.Due anni più tardi, nel 1835, il sacerdote badiotto Antone Trebo (1805-1868) scriveva, riferendosi alla popolazione della Val Badia, che essa parla “una lingua del tutto particolare” e da comune a comune, da curazia a curazia un dialetto diverso. Questa lingua è impiegata anche in Val Gardena e a Livinallongo, non solo “in altri dialetti” ma anche “con molti idiotismi particolari”. Fodom ha “due dialetti assai differenti”: uno di questi [quello della vallata maggiore] suona “più badiotto”, l’altro [l’idioma di Colle Santa Lucia] “più italiano”. In Val di Fassa abbiamo “la stessa lingua” ma “essa si avvicina, con l’ultimo dialetto ricordato sopra, all’italiano”. Diversamente da Micurà de Rü Antone Trebo non sembra essere molto propenso all’ampezzano. Il nostro autore ribadisce che “il nome corretto della lingua è ladino, ed è indifferente che i badiotti nominino il loro dialetto badiotto così come i marebbani chiamano il proprio marebbano”. (Per rispondere a chi proclama che la coscienza ladina sia il frutto della linguistica della seconda metà dell’Ottocento ricordiamo che al momento della stesura di queste osservazioni probabilmente Ascoli non era neanche in età scolare e Theodor Gartner non era ancora nato!)Da questa data passiamo direttamente al 1864 quando Giuseppe Antonio Vian (1804-1880), curato ad Ortisei, come abbiamo visto, pubblica – nel contesto di una descrizione della Val Gardena – anche una grammatica per questa vallata (Gröden, der Gröner und seine Sprache). In quest’opera leggiamo che la lingua dei gardenesi assomiglia moltissimo alla lingua romancia dei Grigioni, ma ancor di più alle lingue degli abitanti delle vallate vicine di Badia, Fassa e Livinallongo. Tutte quante si definiscono ladine e compongono una nazionalità all’interno dell’Austria”. Alla fine del libro l’autore tenta di fornire una spiegazione sull’origine di questa “lingua retoladina” (“die rhätoladinische Sprache”).Nel 1870 assistiamo poi all’istituzione nel seminario di Bressanone da parte degli studenti di teologia della Val Badia dell’associazione “Naziun ladina” (denominanta in seguito con un accenno di umorismo “Gran Naziun”), nata principalmente per l’intrattenimento e il tempo libero ma anche con intento culturale e professionale. (È bene ricordare che la parola “naziun” così come l’abbiamo appena incontrata, non doveva avere esattamente lo stesso significato di oggigiorno, e perciò non va sopravvalutata). Fin dall’inizio aderivano alla “Naziun ladina” anche i teologi ampezzani e livinallesi, benchè nei primi tempi i colleghi badiotti si considerassero in qualche modi ladini “migliori”, come si può evincere dalla documentazione (Ascoli che conosce questo fenomeno nella vallata gaderana parla di “una specie di usurpazione”). Già nel 1872 la “Naziun Ladina” vuole trovare una soluzione per “l’ortografia della lingua ladina” e propone “esercizi di ortografia ladina”. All’epoca venne perfino abbozzata una grammatica (sia il manoscritto che gli esercizi scritti di lingua sono andati persi), ma per le difficoltà incontrate, il programma linguistico ladino viene abbandonato già dopo il 1875. (In seguito al cambiamento dei confini diocesani del 1818 Gardena e la Val di Fassa, che avevano inviato i propri studenti di teologia nel seminario di Bressanone per oltre duecento anni, hanno dovuto indirizzarli al seminario di Trento.) Questa del 1870 è la prima documentazione certa di una identificazione in un programma “ladino” anche da parte di ampezzani e livinallesi. In seguito l’associazione si è via via adattata al clima politico e nello statuto del 1942 l’unico obiettivo è quello di prepararsi alla predica e alla dottrina italiana.

 Il significato di “ladino”

Una coscienza etnica e linguistica ladina prima del 1870 è stata negata da Carlo Battisti e dalla sua scuola, ma anche presentata scorrettamente dagli altri a causa di una consocenza troppo superficiale, imprecisa e carente della documentazione. In questo contesto l’Ascoli rappresenta la sola eccezione già nel 1873 (cfr. Saggi ladini, p. 334, nota 1), ma quanti linguisti – e non parliamo di esperti di altre discipline – hanno letto anche le note dell’Ascoli? E così la ricerca approsimativa che Theodor Gartner ha condotto sul glottonimo “ladino” – secondo lui legato solo ai paesi di San Martino, La Valle e Longiarù (il glottologo non ha avuto l’accortezza di distinguere macro- e micronimo!) – è stata copiata da quasi tutti i linguisti (e non solo), ultimamente anche in una breve storia della lingua e della letteratura ladina, stampata in prima edizione nel 1996 e in una seconda nel 2003! E questo nonostante altre versioni della questione circolino già da trent’anni! Ma in questo caso non mi riferisco tanto al glottonimo ma piuttosto alla coscienza ladina della popolazione della nostra zona. 

Gli ultimi anni sotto l’Austria

Dal 1873 al 1895 i ladini della Val Badia contrastano un tentativo previsto dall’Autorità politica di germanizzazione della vallata attraverso la scuola. E a questo periodo risalgono anche i primi passi – ancorchè dubbiosi e incerti – per una compartecipazione politica, soprattutto dopo che un ladino di San Martino in Badia, il giurista Fridl Graf (1835-1921), che verrà insignito con la Corona di Ferro e con l’onoranza dell’Ordine di San Leopoldo nonchè nominato “Ritter zu Gaderthurn”, venne eletto nel 1870 nel Consiglio Regionale (Landtag) di Innsbruck e dal 1873 al 1883 nel Consiglio del Regno a Vienna. Dopo esser stato eletto per cinque volte di seguito nel Consiglio Regionale, Graf incontra improvvisamente delle difficoltà in occasione delle votazioni del 1895: nella sua circoscrizione (Val Badia, Livinallongo, Ampezzo, Monguelfo, Brunico e Campo Tures) due candidati tedeschi dello sue stesso partito cattolico-conservativo ricevono l’appoggio del vescovo di Bressanone. Nelle tre valli ladine si assiste ad un risveglio. Riportiamo alcuni passi di una lettera scritta poco prima delle elezioni dal curato di La Valle Ojöp Pescollderungg al decano di Marebbe Pire Pallua:  “La confusione sta aumentando. (…) Se una parte soltanto dei ladini dà il proprio voto a Graf ci faremo prendere in giro. Perciò cerchiamo di essere uniti! (…) In necessariis Unitas! In dubiis Libertas! In omnibus Caritas! (….) Quindi: viva la Libertas, viva la Caritas, ma viva anche la Unitas ladina!” E gli elettori della Val Badia e di Livinallongo ma anche la maggioranza degli ampezzani hanno preferito – nonostante l’indicazione contraria del vescovo – il candidato ladino che comunque non ce l’ha fatta a fronte del gran numero di voti contrari nei tre comuni tedeschi.Nel 1905 viene istituita la “Uniun Ladina” a Innsbruck: la prima associazione interladina con fini piuttosto chiari: unificazione dei ladini all’interno di una unità amministrativa, grafia unificata per le cinque vallate, ecc. Sempre in quell’anno viene stampato L’amik di Ladins, una rivista in tutte le varianti ma dalla durata particolarmente breve.L’appello del 1918 è già stato ricordato. Nel 1919 il Tirolo oltre il confine meridionale del Brennero viene annesso all’Italia e nella primavera del 1920 settanta rappresentanti delle cinque valli si radunano al Passo Gardena per protestare contro la privazione del diritto di autodeterminazione e per richiedere il riconoscimento del gruppo etnico. In occasione di questo incontro viene creata la bandiera ladina blu, bianca e verde. 

Dopo la Seconda Guerra Mondiale

1946: anno di rinascita dei ladini dopo il fascismo, le opzioni e la guerra. Nasce la “Unione Popolare Ampezzana” che chiede innanzitutto l’aggregazione di Ampezzo alla provincia di Bolzano. In Val di Fassa fiorisce la “Lia indipendenta Ladina dles Dolomites” con una visione più aperta per quanto riguarda il gruppo etnico. Le due formazioni s’incontrano poi più volte con esponenti di tutte le vallate dando vita al movimento “Zent Ladina Dolomites” che si prefiggeva fra il resto innanzitutto l’aggregazione di Ampezzo, Col e Fodom (e della Val di Fassa) alla Provincia di Bolzano, una circoscrizione elettorale ladina, un’amministrazione autonoma ladina e il riconoscimento ufficiale della lingua ladina. Il movimento ebbe però vita corta.Fu seguito dalle associazioni culturali, in prima linea l’ “Union Generela di Ladins dla Dolomites” con le sue sezioni, comprese quelle di Livinallongo (1968), d’Ampezzo (1975) e di Colle Santa Lucia. Tutte le valli, comprese Livinallongo, Colle e Ampezzo s’incontrano su La Usc di Ladins, il settimanale della UGLD, e in noeles.net-informazion ladina. Dopo che i ladini delle province di Trento e di Bolzano hanno ottenuto un istituto culturale ciascuno, anche Colle, Ampezzo e Livinallongo hanno avanzato la stessa richiesta, ma distinguendosi dalla istituzione creata a Borca di Cadore.

E oggi Colle Santa Lucia, Livinallongo e Ampezzo vogliono intraprendere il passo decisivo per ritornare – dopo quasi 90 anni di separazione – dai propri fratelli ladini del Sella assieme ai quali hanno trascorso secoli di storia.  

Per tutte le altre informazioni concernenti il referendum e la realtà dell’Alto Adige / Südtirol, consulta in nostro sito internet: www.amiscdlaladinia.info   

 

 
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